Aston Villa: Amadou Onana rifiuta di inginocchiarsi contro il razzismo
Il centrocampista dell’Aston Villa ha scelto di rimanere in piedi, ancora una volta, sollevando polemiche
Domenica, sul prato verde, l’aria contro il Manchester City, era tesa; una sfida tosta, lo sappiamo. Però, è successo una cosa, quasi in sordina, che ha acceso i riflettori non tanto sul gioco, ma su altro. Amadou Onana, il centrocampista dell’Aston Villa , proprio lui, ha scelto di non inginocchiarsi, è rimasto i piedi.
Una cosa va detta subito, anzi, sottolineata: la Premier League aveva messo in campo, in quel periodo, dal 18 al 26 ottobre, tutte le sue energie con la campagna “No Room For Racism”. L’intenzione c’è, è evidente. L’hanno voluta forte questa settimana tematica, per non far spegnere l’attenzione.
Il gesto che divide: Onana esercita la propria scelta
Qualche anno fa, nell’agosto del 2022 per la precisione, la lega aveva già comunicato, dopo averci ragionato un bel po’ coi giocatori, che non si sarebbero più inginocchiati prima di ogni singola partita. Troppo, forse. La decisione fu, in pratica, di limitare quel gesto potente , il take a knee , solo a certe occasioni speciali. Ebbene, questo fine settimana rientrava in quelle rare, preziose occasioni.
Eppure, uno a terra non è andato. Tra i compagni che si piegavano, rispettosi, lui no. Lui ha deciso di non farla, quella mossa, restando lì, fermo come una statua. Una rottura forte, diciamolo.

Non è una novità, ma un atto di posizione
Non è che sia la prima volta, intendiamoci. Onana è uno che la sua posizione la tiene, e bene. Un anno fa, era il febbraio 2023, nella bolgia del derby Everton-Liverpool, fece la stessa cosa. Anzi, qualcosa di diverso lo fece: alzò il pugno in aria , un gesto carico di significato, quasi a dire: io combatto, ma lo faccio a modo mio. Mentre gli altri si inginocchiavano, lui mandava un segnale diverso, più forte.
E non è neanche l’unico ad aver messo in discussione l’efficacia del gesto in questa stagione. Non dimentichiamolo, Calvert-Lewin, l’attaccante del Leeds, la settimana prima, contro il Burnley, fece altrettanto. E poi Crysencio Summerville, quello del West Ham , pure lui si è sfilato, contro il Brentford. Ma fermiamoci un attimo sul Leeds, perché è interessante.
I club danno la libertà di scegliere
Il Leeds, in seguito a queste mosse inattese, ha chiarito l propria linea. Ai loro calciatori, è stata data completa libertà di scegliere. Vuoi partecipare? Non voglio partecipare? Decido loro. È un bel passo, questo, ammettiamolo, perché la lotta al razzismo, prima di tutto, deve nascere da una convinzione vera, personale.

Sì, la libertà è sacra. Tuttavia, se alcuni scelgono di non inginocchiarsi per motivi profondi, (perché sentono che il gesto ha perso smalto, o che non è abbastanza incisivo) , altri scelgono di non farlo per semplice disinteresse. Ecco, qui, la linea si fa sottile, quasi invisibile.
Il prezzo della coerenza: Abusi senza freno
Una cosa, su Onana, c’è da dirla, con la tristezza in gola. Il ragazzo, il razzismo, l’ha sentito sulla pelle. Agli inizi, nell’agosto del 2023, ha dovuto condividere un messaggio vile, pieno di insulti. Lo avevano chiamato, senza mezzi termini, “scimmia inutile”. Un dato che fa tremare le gambe. L’Everton, il suo club di allora, fu rapidissimo: condanna senza appello, immediata collaborazione con la polizia del Merseyside per scovare il codardo.
Dunque, quando uno come Onana decide di fare una scelta, una rottura, che sia rimanere in piedi o alzare il pugno, dobbiamo ascoltare. Non è un gesto di disinteresse, è l’esigenza di trovare una modalità che risuoni, che sia sentita, vera.
Ebbene, la storia di Amadou Onana ci insegna che combattere l’odio richiede molto più di un rituale. Serve l’anima, ci vuole la voce. Magari, per alcuni, non inginocchiarsi è proprio l’atto di ribellione più forte, più visibile, che si possa fare in campo. La battaglia al razzismo, si sa, non ha un solo modo, e di certo non finisce con il fischio d’inizio.


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