È morto Omar Souto, l’uomo che vide in Messi ciò che il mondo ancora ignorava
Una vita dentro l’AFA, un’intuizione che ha cambiato la storia del calcio argentino, un legame che Messi non ha mai dimenticato.
Nella mattina in cui la notizia è rimbalzata ovunque, un silenzio un po’ strano è calato nel mondo del calcio argentino. Perché un pezzo di storia, uno di quelli che non fanno rumore ma che cambiano il destino di un’intera generazione, se n’è andato a 73 anni. Omar Souto, che all’AFA ci aveva speso più di trent’anni della sua vita, non c’è più. E chi lo conosceva davvero, lo dice senza troppi giri di parole: era uno di quelli che non si possono rimpiazzare.
L’uomo che capì Messi prima che lo capisse il mondo
Prima che arrivassero i riflettori, le coppe, le fotografie dorate, c’era lui. Omar Souto. Uno che si era accorto di Lionel Messi quando il mondo guardava altrove, quando il ragazzino del Barcellona faceva più rumore per le sue dimensioni che per quello che sapeva fare con il pallone.
E mentre in Spagna qualcuno già fantasticava su un Messi con la Roja, dall’Argentina partiva una telefonata quasi goffa, fatta da una cabina, a tentoni, cercando un numero dopo l’altro. Souto lo raccontò anni dopo con un sorriso che spiegava molto più delle parole: “Ho iniziato chiamando la nonna. Poi lo zio. Poi il padre. Alla fine, ce l’ho fatta”.

Una vita dentro l’AFA
Tre decenni passati tra selezioni, viaggi interminabili, tornei giovanili, ragazzi da scoprire e altri da capire. Souto avrebbe potuto raccontare mille storie, e qualcuna l’ha condivisa. Ricordava l’Under 20 in Nigeria, il corridoio dell’hotel condiviso con la delegazione spagnola, l’allenatore iberico che gli si avvicina e, senza troppi veli, gli chiede: “Ma Messi… perché non l’avete portato voi? È meglio di tutti quelli qui”.
Fu una scossa. Una di quelle che non ti lascia fermo. Al ritorno in Argentina, Tocalli gli disse di muoversi, di contattare “quel ragazzo di Barcellona”. Da lì iniziò tutto.

L’omaggio dell’AFA e il grazie di Messi
La Federazione, oggi, lo saluta con un dolore che non nasconde: “Grazie, Omar. Per come eri. Per ciò che hai dato. Per l’impegno che nessuno ha mai messo in dubbio”. Una dichiarazione breve, incisiva, quasi sussurrata.
Messi, che di anni ora ne ha 38 e una carriera che non ha bisogno di essere raccontata, ha voluto lasciare parole che pesano più di tante cerimonie. Ha condiviso una foto insieme a Souto, quella scattata dopo la vittoria della Coppa del Mondo in Qatar, con il trofeo in mezzo e un sorriso che un po’ dice tutto.
“Sei stato tu ad aprire la porta. Tu che hai fatto capire all’AFA che esistevo davvero. Un uomo incredibile, impossibile da dimenticare.” Da Messi, un messaggio così non è semplice cortesia. È memoria viva.
L’eredità che resta
Centonovantasei presenze, centosedici gol, due trofei che pesano più di una carriera intera: Mondiale e Copa América. Se Messi li ha alzati, in parte, è anche per quella telefonata fatta da una cabina in un giorno qualsiasi. Così nasce la storia, a volte: non in una conferenza stampa, ma cercando un numero in un elenco telefonico.
E oggi, mentre la notizia della scomparsa di Souto corre per l’Argentina e oltre, rimane la sensazione di un’assenza che non si può colmare.
C’è chi il calcio lo cambia senza mai finire sui giornali. Souto apparteneva a quella categoria rara. Ha intuito il talento più grande della storia argentina quando era ancora un ragazzo timido. Ha insistito, ha creduto, ha fatto il suo dovere con una dedizione che oggi sembra quasi d’altri tempi.
Riposa in pace, Omar.
Il calcio argentino, volente o nolente, ti porterà sempre con sé.


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