Robinho parla dal carcere: la sua verità sulla vita dietro le sbarre
L’ex fuoriclasse di Manchester City e Real Madrid, ormai in disgrazia, rompe il silenzio. Dalla prigione in Brasile, dove sconta una pena per stupro, racconta la sua routine e smentisce i rumors .
L’ex fuoriclasse di Manchester City e Real Madrid, ormai in disgrazia, rompe il silenzio. Dalla prigione in Brasile, dove sconta una pena per stupro, racconta la sua routine e smentisce i rumors .
Un tempo era l’incanto del calcio, dribbling fulminei, maglie pesanti come quelle del Real Madrid e del Manchester City indosso. Oggi, Robinho , umiliato e caduto in disgrazia, si trova in tutt’altra situazione. Dal marzo 2024 è un detenuto, sconta la sua pena di nove anni per stupro qui in Brasile. E, diciamocelo chiaramente, la notizia è deflagrata: ha rotto il silenzio.
Sì, proprio lui, il 41enne padre di tre figli, rinchiuso nel carcere Dr. José Augusto Cesar Salgado, noto ai più come P2 Tremembé (quella che chiamano la “prigione per personaggi famosi” in quel di San Paolo), ha concesso la sua prima intervista video da dietro le sbarre. Un filmato diffuso, guarda caso, da un’organizzazione no-profit che lavora per la riabilitazione dei detenuti, dove, lo si vede bene, l’ex stella del pallone appare sereno, in salute.
Dietro le sbarre: La vita di Robinho in P2 Tremembé
La vita in prigione, si sa, segue ritmi dettati. E lui, Robinho, ci tiene a sottolinearlo: è trattato come tutti gli altri. Nessun beneficio, proprio nessuno, per l’ex seleção brasileira .
“Le mie ore di sonno, i pasti, sono identici a quelli di ogni altro detenuto”, ha affermato senza esitazioni. Non ha mai mangiato un boccone diverso, mai ricevuto un trattamento speciale, insistere. E quando è ora di lavorare, ebbene, fa semplicemente tutto ciò che fanno anche gli altri. Persino il pallone, quell’amico di una vita, può toccarlo. “Quando vogliamo giocare a calcio, ci è concesso, ma solo la domenica e quando il lavoro è fermo.”

Robson de Souza detto Robinho, l’attaccante Brasiliano classe 1984
Trattamento da detenuto comune: Nessun privilegio per l’ex campione
L’accesso alle visite? Funziona come per tutti. Il sabato o la domenica, quelle sono le finestre concesse. “Quando viene mia moglie,” ha spiegato, quasi con un velo di malinconia, “non è mai da sola; i miei figli sono con lei. Il più grande gioca, ei due più piccoli possono venire.” Visite e trattamento, in sostanza, sono identici per chiunque.
E poi, ci sono le voci, i rumors che circolano spesso sui detenuti famosi. Le ha bollate come “bugie”, senza mezzi termini, le affermazioni che lo vorrebbero leader nella struttura carceraria, o che addirittura soffra di problemi fisiologici. “Non ho mai dovuto prendere farmaci, mai successo, grazie a Dio. Nonostante la difficoltà, che in carcere è normale, ho la testa sulle spalle e faccio tutto ciò che possono fare anche tutti gli altri,” ha insistito.
Un anno e mezzo, o giù di lì, è il tempo trascorso lì dentro. E in tutto questo periodo, non un litigio, ci tiene a precisare, “nemmeno quando giochiamo a calcio qui.“
“Qui, l’obiettivo è rieducare e risocializzare chi ha commesso errori. Non ho mai avuto alcun ruolo di leadership, né qui né altrove. Qui, come ti ho detto, sono le guardie a comandare e noi, i custodia, ci limitiamo a obbedire. Non sono diverso perché ero un calciatore, anzi, è il contrario.”
Buglie e richieste segrete: Il trasferimento in carcere e la questione saudita
Questa intervista, la prima volta che il filmato viene dopo la sua incarcerazione per lo stupro avvenuta a Milano nel gennaio 2013, arriva in un momento delicato. Infatti, proprio in quelle ore, filtrava la notizia, diffusa dai media brasiliani, di una sua richiesta di trasferimento ad altro carcere.
La richiesta, però, è stata respinta, pare, da un giudice, il quale ha rimandato l’ex nazionale ad inoltrare la pratica direttamente alle autorità carcerarie. Si vocifera che il team difensivo di Robinho aveva suggerito un tris di alternative, tutte qui nello stato di San Paolo.
La ragione di questa mossa? Molto probabilmente legata alla decisione del governo regionale di mutare la tipologia di detenuti in P2, passando a un sistema più blando (uscita diurna, rientro serale).
Ricordiamolo, la condanna, inflittagli da un tribunale italiano mentre militava nel Milan, è stata confermata in Brasile, Paese d’origine, dove deve scontare la sua pena. Anche l’amico Ricardo Falco è entrato in carcere tre mesi dopo di lui, nel giugno 2024, per il medesimo reato.

Il framma fuori dal campo: L’ombra del passato e il caso Rudney Gomes
L’accusa riguarda l’aggressione sessuale ai danni di una donna albanese in un club a Milano. Ricorsi falliti in Italia, anni di attesa, e poi il rientro in Brasile su cauzione, il destino beffardo, o forse inevitabile, si è compiuto.
Dopo il trasferimento dietro le sbarre, Robinho ha dovuto scambiare la sua lussuosissima casa sul mare, a Santos, con dieci giorni di isolamento totale, un bunker freddo, prima di finire in una cella minuscola, otto metri quadri, divisa con un altro.
Si era parlato, lo scorso ottobre, di una sua routine carceraria scandita da partite di calcio (una o due volte a settimana), gruppi di lettura e corsi di elettronica di base (tutti elementi utili per la riduzione della pena).
Ma c’è un’ombra ancora più scura: Rudney Gomes , un amico dell’ex calciatore implicato nella vicenda di stupro, è stato trovato morto in Brasile lo scorso marzo. Il corpo del 46enne, ex guardia del corpo, fu scoperto a Santos, con la polizia che trattò il caso come suicidio (era precipitato dall’undicesimo piano di un condominio).
Robinho, che non smette di protestare la sua innocenza, continua a sostenere che la vittima si fosse impegnata in un'”orgia consensuale” dopo aver bevuto troppa vodka. Ed era proprio per festeggiare il compleanno di Gomes che il gruppo si era riunito al Sio Café quella notte. Gomes, accusato ma mai processato (come altri tre uomini citati da Robinho), aveva lasciato l’Italia prima di ogni possibile convocazione in tribunale.
Insomma, il racconto di Robinho dal carcere è un ritratto freddo e brutale della sua nuova realtà. Non è più la stella scintillante dei campi europei, ma un detenuto, con una routine identica a quella degli altri. L’intervista, tuttavia, non chiude affatto la ferita, anzi, rilancia la sua protesta di innocenza, intrecciandosi con le ombre di un passato che non vuole saperne di svanire e le speculazioni sul suo trasferimento. La storia, insomma, è ancora tutta da scrivere, o forse, da scontare.


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